Protezionismo verde

Donald Trump si è recato in Europa, ha parlato con chi doveva e ha annunciato che gli Stati Uniti si ritireranno dagli accordi di Parigi.

Senza il bisogno di esprimere scetticismo per il fenomeno del riscaldamento globale (il mainstream ha memoria corta in merito al Climagate), ci si è arenati di fronte alla questione di un accordo che impegna assai più l’industria USA che il “made in China”.
A porre la firma ad un accordo che va a discapito della propria nazione è stato ovviamente un nero Presidente del passato.
La nuova amministrazione di Washington pretende che gli sforzi verso la riduzione delle emissioni non vadano a scapito della propria economia. Non è coerente darsi il nome di superpotenza e lasciare che siano altre nazioni ad avvantaggiarsi per i casi propri.

A stracciarsi le vesti sono stati inevitabilmente quei politici che questo accordo lo hanno negoziato, siglato e che contavano di sfruttarlo a beneficio del proprio curriculum politico.
Quella di usare l’etichetta “green” per apparire virtuosi è una tendenza mondiale che ha ben poco a che vedere con le ragioni scientifiche dell’ambientalismo.

Nel nostro piccolo, ai media piace parlare del cento per cento di riciclaggio dei rifiuti come obiettivo e vanto delle amministrazioni locali.
Quando poi vicino a Pomezia un magazzino per la raccolta differenziata si incendia ed i frammenti ondulati della copertura sono fatti in amianto, si crea allarme per la possibile contaminazione dell’aria.
Né possiamo escludere che laddove venga a installarsi un impianto ecologico ogni transazione di denaro sia esente da interessi criminali.

Donald Trump non ha avuto bisogno dell’etichetta “green” per divenire Presidente. Né gli Stati Uniti hanno ragione di essere particolarmente amichevoli dei riguardi della Cina, molto poco accorta negli ultimi otto anni a vigilare sull’aggressività militare del vicino nordcoreano.

I governi legati a Strasburgo invece pur di difendere l’accordo “green” si sono già prodigati in accorate dichiarazioni comuni con la Cina, con la quale ci sono legami molto recenti.
Presumiamo che siano state risolte le questioni di scambi commerciali e ben accolte le raccomandazioni sui diritti umani che rendevano complessi i rapporti con Pechino.

Presumiamo soprattutto che siano state spartite le quote di mercato relative agli interessi commerciali dei firmatari europei, cinesi e russi dell’accordo. Un accordo che favorisce l’etichetta “green”, nome altisonante di un certo genere di protezionismo.
Il problema del mainstrem non è infatti che Trump favorisca affari a protezione del suo Paese, ma che quegli affari non coincidano i loro. Per questo sono verdi. Di rabbia.

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Psicosi versus mainstream

All’indomani della nottata che ha visto una folla entrare nel panico a piazza San Carlo a Torino, con conseguenti ricoveri per ferite più o meno gravi, il mainstream ha prontamente iniziato a descrivere il comportamento dei presenti con il termine psicosi.

Se consultiamo wikipedia, alla voce psicosi troviamo scritto “tipologia di disturbo psichiatrico, espressione di una severa alterazione dell’equilibrio psichico dell’individuo, con compromissione dell’esame di realtà, frequente assenza di insight, e frequente presenza di disturbi del pensiero come deliri ed allucinazioni“.

Sinceramente troviamo impossibile vedere mancanza di equilibrio psichico o errato esame della realtà in chi pensa di trovarsi di fronte ad un attentatore, venti giorni dopo l’esplosione di una bomba in un concerto a Manchester e nel momento stesso in cui un commando di fondamentalisti agiva a Londra.
Troviamo che è ragionevole avere paura.

La paura alimenta i dubbi. Chi ha in pugno l’informazione non vuole che la gente dubiti che i fondamentalisti saranno sconfitti.
Potremmo dubitare che gli strumenti messi in campo siano efficaci e desiderare un cambio di governo.
Potremmo, anche, scoprire che verranno altri attentatori ed altri attentati perché sussistono ragioni plausibili per odiarci a morte. Potremmo dubitare che basare il nostro benessere sullo sfruttamento di Paesi “in via di sviluppo” sia lecito.
Per questo il mainstream non vuole concederci di avere paura.

Qualora le istituzioni garantiscano l’ordine alimentando nei cittadini paura di pericoli interni o esterni, diciamo di essere un presenza di un regime.
Laddove le istituzioni ed i pennivendoli da esse foraggiati impediscano invece di avere paura, non dovremmo comunque dire di avere un regime?

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Le fakenews ai tempi del morbillo

Oltreoceano un giornale newyorkese conduce una campagna contro il Presidente meno amato dal mainstream della recente storia USA.
Lo si accusa tra l’altro di essere un retrogrado, in quanto non accoglie le istanze di coloro che vorrebbero rigidi limiti all’attività industriale nell’intento di evitare catastrofi ambientali.

Ci risulta che Donald Trump, prima di fermare le fabbriche, pretenda che la tutela dell’ambiente sia fondata su asserzioni confortate da quantità misurabili ed esperimenti ripetibili.
Nulla di ciò è indispensabile per fare una asserzione di buon senso, ma parlare solo in presenza di tali elementi è il modo di comunicare comune ad ogni scienziato.
Per lo meno, di coloro che fanno scienza nel modo in cui ci è stata insegnata a scuola.

Secondo queste considerazioni, la Presidenza USA vuole semplicemente che le attività del Paese seguano consolidate basi scientifiche. Per il mainstream di New York, invece, questi sono i tempi una immediata corsa verso il “green”.
Quindi si cerca disperatamente una notizia che scuota i meno infervorati paventando esiti nefasti qualora non ci si allinei alle disposizioni del nero ex-Presidente.
Questo è il movente per cui da oltreoceano si è dati risalto a questioni di casa nostra, suggerendo un parallelo tra l’aumento di incidenza del morbillo e la posizione ostile ai vaccini manifestata nell’ambito di un partito a cinque stelle.

Ci sono due osservazioni sensate che possono farsi sull’ennesima fakenews yankee.
Se “uno vale uno”,  il peso di un parere non è dato da quanto siano valide le ragioni scientifiche che lo supportano ma da quanto siano argomentate in modo convincente.
Da uomo di spettacolo, Beppe Grillo, non ha mancato di attirare l’attenzione con proclami di grande impatto e scarsa sensibilità politica. Le affermazioni riguardo ai vaccini che ha fatto in certi contesti diventano materiale a sostegno delle tesi newyorkesi.

Fatto salvo ciò, assistiamo al consueto spettacolo di guitti.
Trovando convenienti le esigenze dei padroni USA, i nostri sinistri democratici hanno gettato puntato il dito contro i pentastellati. Dimenticano che la scarsa sensibilità alle questioni scientifiche non si accasa solo in un ramo del Parlamento.

Restando nel campo dei vaccini, vale la pena ricordarsi che non si giunge alla ideazione di un vaccino senza passare per le necessarie sperimentazioni non escluse quelle sugli animali.
Ciononostante esiste una trasversale opposizione a tale pratica che spazia dalla destra di Vittoria Brambilla alla sinistra di Silvana Amati. L’una sponda politica delle posizioni pseudo-animaliste più oltranziste. L’altra incessantemente dedita ad impedire proroghe sul territorio nazionale a metodologie che saranno svolte comunque altrove (sperimentazione animale sugli effetti di alcool e droghe).

D’altra parte il Governo guidato dal partito della Amati impone vaccinazioni obbligatorie con leggi che prevedono dure sanzioni, lasciando però adito a perplessità per tempi e modi che saranno necessari per ottemperare a tali obblighi.
Nessuna sorpresa nel constatare che non ci sia stata una altrettanto netta reazione quando a Strasburgo una Parlamentare ha proposto la diffusione di un documentario che mette in dubbio l’efficacia dei vaccini. Si tratta di Michèle Rivasi ed è addirittura un membro della “Commissione per l’ambiente, la sanità pubblica e la sicurezza alimentare”.

Sulla scienza e sulla salute si dovrebbe trasmettere sicurezza.
Sicurezza e disposizioni frenetiche ed approssimative sono palesemente in contraddizione.
C’è la speranza che questa improvvisa smania di prevenzione forzata lasci il posto nei prossimi mesi ad un più articolato percorso di fruizione. Senza calcoli politici a danno del partito in testa nei sondaggi elettorali.

Nota sui rivolgimenti climatici ed ambientali.
Saltuariamente si paventa una catastrofe irreparabile nei prossimi quaranta anni. Ci si aspetta che ciò desti preoccupazione.
Tuttavia è difficile che ciò avvenga laddove da almeno trentacinque anni vengono annunciate catastrofi di uguale portata al termine di un simile lasso di tempo.

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Perquisizione indiscriminata

Le autorità aeroportuali hanno dichiarato che “quanto accaduto è del tutto estraneo da qualsiasi tipo di discriminazione”.
L’accaduto riguarda una turista di nazionalità indonesiana e di fede islamica che ha denunciato scarsa considerazione del personale che le chiedeva di rimuovere l’hijab. Un episodio verificatosi questo mese a Ciampino e parzialmente documentato dall’interessata via social media.

La donna ritiene che il controllo non sarebbe stato necessario, dal momento che il suo copricapo non è in grado di occultare fattezze o nascondere oggetti più di quanto lo sia un velo di suora.
Precisa inoltre che a causare la sua ostinazione sia stata la frenesia degli addetti che pretendevano che lei obbedisse alla richiesta senza fornirle le spiegazioni che chiedeva in una lingua nota. L’inglese sarebbe stata una opzione per lei ragionevole.

C’è un fatto su cui le versioni della turista e dell’autorità sarebbero discordanti. Stando alla ricostruzione degli addetti sarebbe suonato un allarme al passaggio della donna, che invece nega di averlo udito.

Comunque si può convenire che la passeggera commetta un errore affermando che si voleva discriminarla. Il problema è invece l’opposto. Il personale non ha saputo discriminare il suo caso e trattarla con la necessaria accortezza.
L’apostasia cristiana ed il bieco materialismo sono dilagati da tempo nel nostro Paese, quindi mi pare ovvio trovare superficialità negli addetti ai controlli. Non tutti i passeggeri praticano il rituale consumistico dell’esibizione sfrontata del proprio corpo.

Laddove “Ogni individuo ha diritto alla libertà (…) di religione; tale diritto include la libertà (…) di manifestare, isolatamente o in comune, e sia in pubblico che in privato, la propria religione o il proprio credo nell’insegnamento, nelle pratiche, nel culto e nell’osservanza dei riti” (Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo – art.18) è ovviamente consentito utilizzare l’abito che manifesta l’appartenenza alla propria religione.
Se l’azione del personale “riguarda il rispetto delle procedure di sicurezza”, non è per tali procedure che si dimentica di agire con cautela quando sono in ballo quei diritti che le procedure dovrebbero garantire.

Approfondimenti:

http://www.adnkronos.com/fatti/cronaca/2017/04/15/ciampino-musulmana-rifiuta-togliersi-velo-controlli-discriminata_i35FG27RyKfDX7p1NPx6lI.html?refresh_ce
Nel filmato caricato in rete si vede un’addetta ai controlli dello scalo romano mentre spiega ad Aghnia perché deve togliersi il velo: “Non è sicuro, non sei sicura – le spiega l’addetta in inglese – Potresti nascondere qualcosa sotto il velo. E se non lo togli non sappiamo se hai qualcosa dentro. Non sei sicura per noi”. La studentessa ha quindi insistito, pretendendo spiegazioni. A quel punto, la donna racconta che le è stata mostrata una lettera scritta in italiano, che non riusciva a capire. “Invece di tradurmi la lettera, l’addetta ai controlli ha continuato a dirmi che dovevo recarmi in una stanza per i controlli – racconta – Così le ho chiesto di darmi la lettera per farmela tradurre da una mia amica italiana, ma si sono rifiutati di e sono stata allontanata dalla sicurezza”.
“Un agente di sicurezza di sesso maschile mi ha trascinata fuori dalla zona controlli in maniera indecente – spiega ancora la donna – ha preso la mia borsa senza chiedermi il permesso e mi urlato di rimanere tranquilla. Il modo in cui mi hanno trattato ha dimostrato che non rispettano le donne musulmane che indossano il velo”. Dopo aver perso il volo, Aghnia ne ha prenotato un altro all’aeroporto di Fiumicino. Ma stavolta, quando le è stato chiesto di togliersi il velo per i controlli, non ha rifiutato. “Volevo dimostrargli che non avevo nulla da nascondere e che non sono una terrorista – ha spiegato la donna al ‘Daily Mail’ – A due suore che indossavano il velo non è stato chiesto di toglierlo. Questo è quello che chiamate rispetto?”.
Le norme di sicurezza in aeroporto prevedono che, su richiesta degli addetti ai controlli, chiunque abbia il viso coperto da un capo che non lo rende identificabile, debba rimuoverlo. Un portavoce dell’aeroporto romano ha replicato: “Quello che è accaduto alla signora Aghnia Adzkia riguarda il rispetto delle procedure di sicurezza. Quando la passeggera ha passato i controlli del metal detector è scattato un allarme ed era quindi necessario effettuare ulteriori controlli. Per questo motivo il nostro staff le ha chiesto di recarsi in una stanza privata, dove le sono stati controllati la testa e il copricapo, come è richiesto dalle leggi europee e nazionali, il cui scopo è garantire la sicurezza e la convivenza civile. Siamo veramente dispiaciuti che la passeggera abbia vissuto un’esperienza negativa a Ciampino ma ribadiamo che quanto accaduto è del tutto estraneo a qualsiasi forma di discriminazione”.

http://www.dailymail.co.uk/news/article-4412106/Muslim-woman-refused-flight-wearing-hijab.html#ixzz4eKKuQd9v
The Indonesian citizen who lives in London made a video of her experience at Ciampino Airport in the Italian capital of Rome on Sunday.
In the clip the Goldsmith’s University student can be seen repeatedly demanding to see the law stating that the hijab must be removed at an airport security check.
But the officers were adamant that they would not let her pass unless she followed their rules.
The female security official can be heard saying: ‘You could hide something in your hair. If you don’t take it off, we do not know if there’s something inside, okay? You are not safe for us.’
She alleges that a female security staff member asked her to follow her to a private room so she could check the hijab.
But Ms Adzkia refused to take off her hijab claiming she was being unfairly targeted.
She claims a male security officer then dragged her out of the security area in an ‘indecent way’ grabbing her bag and shouting at her to be quiet.
Ms Adzkia posted a furious social media post about the experience, which she says took place as she was traveling to London.
She wrote: ‘I wasn’t prepared to trust them unless they could cite me a law or provide me with a legal document that saying they were authorised to have to check what is underneath of my hijab.

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Risposta adeguata

Le istituzioni siriane hanno fornito una ricostruzione per spiegare le intossicazioni da gas sarin ad Idlib secondo la quale le armi chimiche erano all’interno di un deposito colpito dall’attacco aereo.
Con tale ricostruzione si nega il crimine di guerra costituito da un attacco diretto con gas letali. Ci domandiamo però se l’attacco ad un deposito noto per contenere sostanze chimiche destinate ad uso bellico sia anche esso un crimine di guerra.

Sappiamo che la Siria aveva a sua a disposizione questo tipo di armamenti ed ha ceduto le sue scorte per dimostrare l’intento di raggiungere un’intesa, garantito anche dall’alleata Russia.
Non è quindi impossibile che questo materiale fosse stato precedentemente collocato in quel deposito dall’esercito siriano e che l’attacco sia stato motivato dal renderlo inservibile.

C’è da considerare che i danni collaterali derivanti, cioè la perdita di vite umane ed i danni causati dall’attacco USA, potrebbero essere ritenuti ragionevoli dal regime di Assad rispetto a quelli che avrebbe procurato l’uso di gas da parte della fazione avversa.

A noi nordatlantici fa comodo credere che quel gas sia piovuto dal cielo. Se infatti si trovava in quel deposito dovremmo domandarci che ragione avesse avuto la fazione da noi sostenuta a non renderlo inerte.
Persa Aleppo, i dissidenti che combattono per il rovesciamento di Assad avrebbero potuto cercare una rivalsa adoperandolo. Un uso che poteva essere diretto contro le forze di Damasco come verso bersagli civili nell’intento di screditare il governo siriano di fronte alla comunità internazionale.

La Russia ha fatto ricorso al veto nel Consiglio di Sicurezza ONU e protesta per la reazione armata Statunitense.
Non sapremmo dire se ci sia un reale imbarazzo diplomatico per la situazione o se la si intenda sfruttare per aumentare la presenza nell’area, disponendo batterie antimissilistiche in territorio siriano.
Uno schieramento di forze che costituisce un ulteriore tassello alla creazione dei fronti di questa Seconda Guerra Fredda.

Iniziata con le false primavere, la Seconda Guerra Fredda ha visto nel vicino oriente una fase iniziale costituita dalla strategia delle campagne per interposta fazione e, come effetto collegato, la nascita dello Stato Islamico.

Dai toni della campagna elettorale ci si attendeva che il presidente Trump avrebbe intrapreso la strada del disgelo, cercando di definire confini e trattati in accordo con Russia ed Iran.
Invece ha optato in primo luogo per rafforzare la presenza statunitense. Una posizione di forza che potrebbe orientare il tavolo delle trattative in modo ben diverso dalla debole pressione esercitata dal suo predecessore.
Trump resta fedele cioè all’intento di dare agli USA quel ruolo di superpotenza che hanno esercitato in modo risibile per otto anni. Nel mirino c’è anche il regime di Pyongyang.

Trump incassa subito il plauso di Israele. L’attacco diretto ad un Paese del mondo arabo diventa monito anche per nazioni o aspiranti tali che osteggiano apertamente l’operato dello stato ebraico, complice l’arbitrato dell’ONU.

Intanto la UE e il Regno Unito si sono distinti per la rapidità con cui hanno ossequiato l’operato del padrone, nonostante Trump venisse identificato come un candidato troppo bellicoso quando sembrava molto probabile la vittoria di Clinton.

In Patria si consolida l’appoggio al Presidente USA da parte dei vertici militari, già beneficiari di considerevoli stanziamenti.
Il maggior risultato però è aver confuso e forse addirittura spaccato il fronte dei suoi oppositori, che non hanno modo di biasimarlo dopo averlo accusato di essere troppo accomodante con Putin ed aver esecrato per quasi otto anni il regime di Assad.

Tornando ad essere una effettiva presenza militare nel territorio, inoltre, gli USA potranno agire nei confronti delle aggregazioni fondamentaliste con una determinazione che non si registrava dai tempi di Bush Jr.

In sostanza, nel breve termine la mossa USA sarebbe azzeccata. I dubbi sorgono inevitabili per gli effetti che avrà nel lungo termine.
La presenza al potere di Assad torna ad essere un nodo inestricabile. La prospettiva di un disgelo si allontana e con essa le speranze di pace.

Per chi desidera unicamente la fine delle ostilità c’è l’amara percezione che questa non sia la risposta adeguata.

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Giudizi tossici

Recentemente si questiona e si lanciano proposte per imbrigliare la comunicazione del mondo web, ritenendo dannosi i commenti tossici.

Se nell’Italia degli anni Trenta qualche milione di persone in più avesse alzato la voce contro la dittatura fascista, Benito Mussolini non avrebbe avuto modo di trascinare il Paese del disastro della Seconda Guerra Mondiale.

Se nell’Italia degli anni Cinquanta qualche milione di persone in meno avesse mostrato i denti per la prospettiva che si aderisse ai modelli ed all’asse internazionale socialista, avremmo vissuto la catastrofe del disfacimento politico-economico dell’URSS.

Chi naviga in rete è sovente oggetto di commenti tossici.
Gli autori di tali commenti, spesso giustificati da palesi fallacie dialettiche, meritano una considerazione pari a zero.
Attenzione però a distinguere il commento del leone da tastiera da un argomentato giudizio negativo.

Quei giudizi tossici che hanno o avrebbero avuto utilità in passato l’avranno anche in futuro.

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Il bando e l’Islam

Siria, Libia, Iran, Iraq, Somalia, Sudan, Yemen.
Questi i Paesi interessati dalla stretta sulle politiche di immigrazione degli Stati Uniti voluta dal presidente Trump.

A me è apparso evidente che quei Paesi sono tra i più menzionati quando si affronta l’argomento degli spostamenti dei “foreign fighters” (o degli Hezbollah nel caso dell’Iran). Ad altri è venuto in mente di associare il “bando” alla diffusione dell’Islam.

Da quello che ricordavo dai miei studi scolastici sulla diffusione delle religione, questa affermazione mi è parsa questionabile tanto in termini di numeri che di percentuale.

Leggendo a caso sul web trovo che ci sono alcune centinaia di milioni di musulmani tra India, Pakistan, Bangladesh ed Indonesia che, secondo la visione del bando diffusa dal mainstream, sono stati inspiegabilmente tralasciati.
Gli stessi pennivendoli non hanno menzionato che in termini di percentuale i musulmani sono prossimi alla totalità degli abitanti non solo in Iraq ed Iran ma anche in Marocco, Niger, Algeria, Giordania, Turchia ed ancora Pakistan.

Mi annoto questo non sorprendente episodio per sostenere una sempre più evidente capacità di lobbies di intervenire tramite opinione pubblica a contrastare un politico democraticamente eletto.

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